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prevalenza
di cesarei e tipo di struttura di parto in
Campania
Roberta Arsieri1,
Vincenzo Formisano1, Aniello Pugliese2,
Maurizio Saporito2 e Maria Triassi1
1Dipartimento
di Scienze Mediche e Preventive, Sezione di Igiene e Medicina
Preventiva, Università degli Studi Federico II, Napoli, 2Azienda
Ospedaliera “A. Cardarelli”, Napoli
Negli ultimi
dieci anni la frequenza del parto cesareo (TC) è cresciuta
costantemente in Italia. L’incremento è stato particolarmente
rilevante nella Campania, che dal 1996 è al primo posto tra le
regioni italiane per frequenza del TC, ed è passata da una
percentuale del 36,3% nel 1996 al 51,4% del 2000 (1). Nel
periodo 1996-99 l'incremento è stato costante sia nelle
strutture pubbliche che in quelle private convenzionate, con una
frequenza di cesarei 1,3 volte maggiore nelle seconde (2). Nello
stesso periodo le caratteristiche della popolazione neonatale e
materna e gli esiti perinatali non mostrano variazioni
altrettanto ampie.
Il presente
contributo si propone di valutare se ci sono differenze nella
frequenza del TC tra strutture perinatali di livello diverso e
se l’eventuale variabilità è riferibile a differenti
caratteristiche della popolazione assistita.
Questo studio è
stato effettuato nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulla
natalità nella Campania, mediante i Certificati di Assistenza al
Parto (CedAP). Sono stati elaborati i dati relativi ai 27 punti
nascita che hanno trasmesso almeno il 65% delle schede dei nati
nel 2000. Queste strutture hanno trasmesso i dati relativi a 17
799 nati, mentre non sono pervenuti i CedAP di 7 236 nati, pari
al 29% del totale dei nati nel 2000. Il confronto dei dati del
campione considerato con gli ultimi dati ISTAT (3) disponibili
per la Campania (1997) non ha mostrato significative differenze
relativamente al rapporto maschi/femmine, alla vitalità, al
peso, all’età gestazionale e alla parità, per cui la
distribuzione delle schede mancanti può essere ritenuta casuale.
Le strutture
sono state suddivise in due gruppi in base alla disponibilità o
meno di posti letto per le cure intensive neonatali. Questo
dato, in assenza di criteri di accreditamento stabiliti
dall’Assessorato Regionale alla Sanità, ha permesso di
distinguere le strutture di 3° livello da quelle di 1° e 2°
livello.
Nei due gruppi
di strutture sono state calcolate le variazioni della frequenza
del TC in relazione ad alcune caratteristiche neonatali e
materne con i relativi intervalli di confidenza (IC) al 95%.
Nella
Tabella sono elencati i dati relativi a 4 punti
nascita di 3° livello e 23 punti nascita di 1° e 2° livello, che
includono 15 ospedali (6 con oltre 1 000 nati/anno, 6 con un
numero di nati tra 500 e 999, 3 con meno di 500 nati/anno) e 12
case di cura convenzionate (2 con oltre 1 000 nati per anno, 8
con un numero di nati tra 500 e 999, 2 con meno di 500 nati). Le
strutture di 3° livello comprendono 1 casa di cura convenzionata
e 3 ospedali e ciascuna struttura assiste oltre 1 000 nati/anno.
Il TC è
utilizzato per il 50% dei nati, con prevalenza maggiore tra le
strutture di 1° e 2° livello (52,3%) rispetto a quelle di 3°
livello (41,3%). I nati pretermine, di basso peso e i gemelli si
concentrano, come d’altronde è atteso, nelle strutture di 3°
livello e solo i nati con presentazione anomala sono assistiti
in percentuale maggiore dalle strutture di 1° e 2° livello. La
frequenza del TC per ciascuna di queste categorie di neonati è
maggiore nelle strutture di 1° e 2° livello, salvo che per i
pretermine, ma la differenza è significativa per i soli nati con
presentazione anomala.
Nelle strutture
di 3° livello si rileva anche una percentuale maggiore di madri
di età superiore a 34 anni, mentre le nullipare si
distribuiscono in eguale misura nei due tipi di struttura. In
queste categorie di pazienti la scelta del cesareo è più
frequente nelle strutture di 1° e 2° livello rispetto a quelle
di 3° livello e la differenza è significativa.
In conclusione,
la frequenza del TC tra strutture di livello diverso evidenzia
una variabilità contraria a quella attesa, in base alla
distribuzione delle caratteristiche neonatali e materne prese in
esame. Poiché i primogeniti sono ugualmente distribuiti tra
strutture di livello diverso, le differenze nella frequenza del
TC non possono essere riferite a una maggiore incidenza di
cesarei iterattivi. Inoltre, la maggiore concentrazione di nati
con presentazione anomala nei centri di 1° e 2° livello spiega
solo in minima parte l’eccesso di cesarei, per la ridotta
frequenza di questa condizione fetale. Il TC è utilizzato meno
frequentemente nelle strutture di 1° e 2° livello che nelle
strutture di 3° livello per i neonati pretermine, per i quali
sarebbe logico attendersi un uso più ampio del cesareo per la
frequenza di patologie legate alla prematurità. La frequenza del
TC è, invece, maggiore per le madri di età superiore a 34 anni e
per le primipare e la differenza ha in questo caso
significatività statistica. La scelta del cesareo, tranne le
emergenze, è stata attribuita anche ad altri fattori, quali la
scelta della madre o le preferenze e le opinioni dei medici. Tra
queste ultime la possibilità di programmare il TC rappresenta un
indiscutibile vantaggio per il medico; ciò è confermato dalla
distribuzione temporale dei cesarei, che si concentrano nelle
mattine dei giorni feriali (1).
Al di fuori
delle indicazioni di emergenza è dimostrato che il cesareo
comporta un maggior rischio di morbilità e mortalità materna
rispetto al parto vaginale (4). Lo studio evidenzia la necessità
di indagare ulteriormente sui motivi non medici che
contribuiscono a elevare la frequenza di cesarei nelle strutture
che assistono una popolazione di gravide a minor rischio
ostetrico e neonatale.
Il commento
Gianfranco Gori
Unità Operativa
Ostetricia Ginecologia, Azienda USL, Forlì
Fino alla fine
degli anni ‘60 il tasso di cesarei in Italia era attestato
intorno al 5%; dal 1970 è rapidamente aumentato, triplicandosi
alla fine degli anni ‘70 e quintuplicandosi alla fine degli anni
‘80, con un costo umano ed economico non trascurabile. Il
rischio di morte materna è infatti di 4-8 volte superiore
rispetto al parto vaginale e la morbosità puerperale è 10-15
volte superiore. I maggiori rischi materni non sono però
bilanciati da un miglioramento degli esiti perinatali.
I dati
presentati da Arsieri aggiungono un elemento importante
nell'analisi di questa preoccupante tendenza: un’inversione dei
tassi rispetto all'atteso. Infatti, le strutture che dovrebbero
prestare assistenza a gravidanze a basso rischio hanno tassi di
cesarizzazione superiori a quelle che dovrebbero accogliere i
casi più complessi. Pur con le cautele dovute alla scarsa
completezza dei dati ricavati dai Certificati di Assistenza al
Parto (CedAP), i risultati pongono importanti interrogativi
sull'analisi di tale fenomeno.
Rispetto ai
fattori "clinico/organizzativi" è possibile che il fenomeno
derivi da una progressiva perdita di competenza clinica per i
deficit nella preparazione degli specialisti, da una scarsa
conoscenza dei processi fisiologici della gravidanza e del
parto, dalla parcellizzazione dell'assistenza alla nascita in
punti nascita che erogano poche centinaia di prestazioni/anno.
Il basso numero di parti crea le condizioni per cesarei
"preventivi" per non doversi trovare in condizioni di "vera
emergenza ostetrica" a cui non sarebbe possibile rispondere o
per mancanza di personale o di competenza clinica.
Una soluzione
che potrebbe risolvere alcuni di questi problemi
clinico/organizzativi potrebbe essere
l'implementazione/creazione di network in cui i punti nascita
lavorino in rete secondo un modello hub and spoke (centro e
periferia), in cui esistano criteri espliciti di selezione delle
pazienti per indirizzarle verso il punto nascita più appropriato
per complessità di cure erogate e in cui esista un vincolo, per
il centro, di diffusione delle competenze cliniche verso i
centri più periferici.
Un fattore "non
clinico/organizzativo" che contribuisce al tasso elevato è che
il cesareo viene considerato sempre più dalle partorienti e dai
medici solo una modalità di nascita come un’altra e che quindi
le pazienti e i medici sono inevitabilmente condizionati nella
richiesta e nel suo ricorso dai giudizi, pregiudizi e valori
connessi con il tema della riproduzione (5). Per contrastare
questa situazione, le esperienze riportate in letteratura (6, 7)
suggeriscono che tassi superiori di parti fisiologici sono
associati a processi di implementazione di procedure fondate su
prove di efficacia e al lavoro di gruppo, oltre che alle
convinzioni intorno alla nascita (7).
Riferimenti bibliografici
1.Arsieri R,
Pugliese A, Saporito M, et al. Rapporto sulla natalità in
Campania - 2000. Napoli. 2001.
2.Pizzuti R, de
Campora E, Lodato S. Not Ist Super Sanità 2001; 14(5) - Inserto
BEN: i-iii.
3.ISTAT.
Sistema sanitario e salute della popolazione indicatori
regionali (Informazioni n. 16). 2000.
4.Hall MH,
Bewley S. Lancet 1999; 354: 776.
5.www.saperidoc.it/ques_240.html
6.Basevi V,
Cerrone L, Gori G. Epid Prev 1994; 18: 194-9.
7. Johanson R,
Newburn M. BMJ 2002; 324: 892-5. |